Rapporto Svimez sulla Campania: in tre anni 63mila giovani hanno perso il lavoro

Gli occupati standard sono appena uno su dieci. I dati della ricerca sulla regione sono stati anticipati ieri, mercoledì, nel corso di un convegno a Oliveto Citra

Rapporto Svimez sulla Campania: in tre anni 63mila giovani hanno perso il lavoro

Sessantatremila giovani campani, di età compresa tra i 25 e i 34, quella in cui, terminati gli studi, si cerca con maggiore intensità un lavoro, hanno perso l’occupazione negli ultimi tre anni. Sono più di un quarto dei ragazzi e delle ragazze meridionali disoccupate, che complessivamente raggiungono le 217mila unità. A volte i numeri sono capaci di fotografare un dramma, non solo economico e sociale ma prima ancora civile e culturale, meglio di tante parole.
I NUMERI - Quando Luca Bianchi, vicedirettore della Svimez, li ha snocciolati nel nuovo auditorium di Oliveto Citra, oltre cento under 35 presenti in sala lo guardavano attoniti, prima di scoppiare in un fragoroso applauso. 63mila occasioni di lavoro perse nell’ultimo triennio nella Regione, che diventano ben 122mila se l’analisi è fatta su una scadenza decennale. Ciò che preoccupa di più sono i raffronti: 63mila su 97mila opportunità occupazionali perdute in Campania, considerando non solo i ragazzi e le ragazze ma anche i meno giovani e gli anziani. Ecco perché, insiste l’economista della Svimez, è in questa fascia d’età che la crisi morde davvero ed esplica i suoi effetti più devastanti. C’è una stima elaborata dalla Banca d’Italia e dalla Svimez, in base alla quale su 167mila giovani laureati meridionali che l’anno scorso rientravano nei neet (ragazzi e ragazze che non studiano più e non lavorano neppure), ben 46mila sono in Campania, la stragrande maggioranza. Mentre altri 239mila sono i neet diplomati nella Regione sul totale di 772mila al Sud.
OCCUPATI «STANDARD» AL 10% - Tra le schede e i fogli zeppi di numeri e di appunti, l’occhio cade su un grafico a torta che riguarda un più ampio ventaglio giovanile: quello dai 15 ai 34 anni. A leggerlo non ci si crede: in Campania gli occupati standard, brutto termine per etichettare quanti hanno un lavoro regolare a tempo indeterminato, sono il 10 per cento. Una percentuale a dir poco risibile. Accanto a questi c’è un ulteriore 8 per cento di precari, ragazzi e ragazze che lavorano ma non hanno alcuna certezza sul futuro. E tutti gli altri? Il 19 per cento sono disoccupati a tutti gli effetti, coloro che l’Istat cataloga come tali perché cercano attivamente cosa fare. Resta addirittura il 63 per cento, dove sono finiti costoro? Con una parola orribile sono definiti inattivi, ma dentro questo calderone c’è di tutto: gli scoraggiati, che dopo aver mandato centinaia di curriculum, aver rovinato le suole delle scarpe salendo e scendendo da uffici, aziende, società, ditte commerciali, hanno perso ogni speranza. E poi quanti, e non sono pochi anche se non facilmente stimabili, piuttosto che restare con le mani in mano hanno preferito percorrere la strada lastricata di rischi dell’economia sommersa, dove lo sfruttamento la fa da padrone.
ASSENZA DI PROGRAMMAZIONE - Senza considerare quelli che trascorrono la loro giornata davanti ai bar o alle sale giochi, che si arrangiano con piccoli lavoretti quando è possibile, che, in troppi casi, vanno a ingrossare le fila delle delinquenza spicciola, o, peggio, della malavita organizzata. «Oggi sempre più questione meridionale e questione giovanile coincidono — sottolinea Bianchi — se poi aggiungi anche l’essere donna, al Sud il cerchio della sfortuna si chiude in modo spesso irreversibile». Come si spiega questo vero e proprio crollo dell’economia e del Pil campano negli ultimi anni, che ha fatto precipitare la regione in fondo alla graduatoria di un sud a molteplici facce dove convivono, gomito a gomito, zone di grave arretratezza e aree ben più dinamiche e sviluppate? «È mancata del tutto una programmazione sulle politiche del lavoro e dello sviluppo in Campania — spiega l’assessore regionale al Lavoro Severino Nappi — Così come va registrata la totale assenza di un collegamento tra istruzione, formazione e sistema produttivo». La verità è che le scelte assistenziali hanno finito per prevalere su tutto: come dimostra il fatto che ancora nel 2010 sono stati spesi ben 110 milioni per pagare gli operai forestali nella Regione.
WELFARE LOW COST - L’assessore regionale Nappi annuncia che nelle prossime settimane metterà a punto misure per implementare dottorati di ricerca al fine di coniugare l’occupazione di qualità con le esigenze di manodopera qualificata del sistema produttivo regionale, composto prevalentemente da piccole e medie aziende. Secondo l’economista Bianchi, la Campania ha sofferto più delle altre regioni meridionali i colpi della crisi perché ha un apparato industriale più forte rispetto al resto del Sud: «La strada per combattere l’attuale, profonda recessione che sta investendo l’economia campana è quella che sfrutta le potenzialità di alcuni servizi, a cominciare da quelli alla persona — incalza — in quanto nuove e moderne forme di welfare low cost possono trasformarsi in forme innovative di occupazione giovanile ed essere offerti a prezzi sempre più competitivi rispetto a quelli di mercato».

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