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Melfi, proseguono le indagini sul termovalorizzatore

Melfi, proseguono le indagini sul termovalorizzatore

Desta preoccupazione l’inchiesta di Potenza sull’inquinamento delle falde acquifere da parte dell’Impianto  Fenice, di proprietà dal colosso energetico francese EDF, nell’area industriale San Nicola di Melfi.
Nell’impianto fin dal 1999 vengono smaltiti, oltre ai rifiuti solidi urbani della Basilicata, anche rifiuti industriali provenienti dai grandi impianti del Mezzogiorno. Le indagini hanno accertato che dal 2002 al 2007 non sono stati resi pubblici i rilievi e le tabelle sullo stato delle acque del sottosuolo nei dintorni dell’impianto. I dati presentati lo scorso 17 settembre sono risultati nettamente superiori ai valori consentiti, con tracce di nichel, cromo e mercurio.  Dati preoccupanti erano emersi già nel marzo 2009, con l’apertura di un’inchiesta presso la Procura di Melfi trasferita poi nel più stretto riserbo a Potenza, senza però interventi diretti sulla centrale.
Le proteste dei cittadini dei comuni vicini all’area hanno sollevato l’attenzione mediatica anche nazionale sul caso. Lo scorso 11 ottobre sono stati arrestati due dirigenti dell’ARPAB, l’Agenzia regionale incaricata di monitorare i dati sull’inquinamento ambientale, tra i quali l’ex presidente Sigillito, per disastro ambientale e omissione di atti d’ufficio. 
L’impianto ha continuato a funzionare grazie a una autorizzazione della Provincia di Potenza e in attesa che la Regione concedesse il rinnovo dell’Autorizzazione Integrata Ambientale; la Provincia ha nelle scorse ore revocato l’autorizzazione per 150 giorni in attesa degli sviluppi dell’inchiesta.
I cittadini e gli amministratori della zona avevano da tempo registrato preoccupanti segnali per la salute; da segnalare il caso di una inserviente che si occupava delle pulizie all’interno dell’impianto e che dal 2005 si è ritrovata con il corpo ricoperto di macchie rosse e viola e piaghe e ha denunciato il fatto alla Procura della Repubblica di Potenza.
La Fenice si difende dichiarando di aver provveduto ad eliminare le sorgenti di contaminazione. A partire dalle rilevazioni anomale del 2009 la stessa Fenice si era autodenunciata e aveva stanziato 3,5 milioni per la messa in sicurezza.
Intanto continuano le polemiche sulle responsabilità politiche di mancato controllo e intervento.  Oltre al caso recente di Melfi, sono numerose le associazioni territoriali lucane che si occupano di monitoraggio ambientale raccogliendo documentazione e producendo dossier e inchieste.

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