Sisma in Emilia - Da volontario in Irpinia a ex sindaco di un paese terremotato

Sisma in Emilia - Da volontario in Irpinia a ex sindaco di un paese terremotato

Tra i tanti che in queste settimane sono al lavoro per fronteggiare l'emergenza terremoto in Emilia c'è anche l'ex sindaco di Reggiolo, nel reggiano, che il terremoto lo conosce bene perché nel 1980 fu il più giovane dei volontari della sua provincia a partire per dare soccorso all'Irpinia. Con il Pci di Reggio, Mauro Panizza, allora 18enne, si ritrovò a Laviano (SA), un paese da 300 vittime completamente raso al suolo, che oggi ricorda quegli 'angeli' con una lapide. Dopo di allora Panizza è stato per dieci anni sindaco di Reggiolo, prima dell’elezione di Barbara Bernardelli. E dopo 32 anni si è ritrovato di nuovo per strada a dare soccorso e conforto alla sua gente. La sua storia è stata raccontata dalla Gazzetta di Reggio con questa intervista:

Signor Panizza, è conscio di essere il protagonista di una vicenda quasi surreale? Prima volontario in un paese terremotato, poi sindaco di un paese a sua volta terremotato.
«Sì, può sembrare un parallelo semplice, in realtà le condizioni sono diametralmente opposte.  Là il territorio resistette in maniera quasi nulla, subendo tantissime vittime. Noi non abbiamo avuto danni fisici alle persone ma siamo stati colpiti pesantemente sul piano dei servizi, perché non abbiamo più un solo edificio pubblico agibile. Non diamo il senso di una disfatta totale ma giorno per giorno scopriamo danni che non immaginavamo. In Irpinia invece c’era la distruzione completa».
Perché a 18 anni lei decise di partire con un pullman di volontari?
«La sensazione era che lì ci fosse un vero disastro. Pensavamo fossero messi malissimo e quando siamo arrivati abbiamo verificato che le cose stavano così. Ritenevamo che chiunque, anche senza particolari competenze, potesse dare una mano. Certo che la situazione era confusa. E comunque eravamo un gruppo operativo, perché c’erano due medici, un veterinario e diversi tecnici specializzati. In più c’era qualche manovale. Come me».
Situazione confusa in che senso?
«Non esisteva ancora la Protezione civile, la Croce rossa faceva quello che poteva ma non aveva strumenti per emergenze di quel tipo. Mancava qualsiasi coordinamento. In una situazione del genere, la federazione provinciale del Pci decise che era il momento di dare una mano. Nel giro di 24 ore organizzò un pullman guidato da un autista volontario dell’Act – ricordo ancora che si chiamava Fausto – e che venne riempito da alimenti e altri generi di conforto da parte della nostra cooperazione».
Vuole riferirci di qualche ricordo di quei giorni passati a Laviano?
«La gente non aveva neanche gli occhi per piangere, eppure c’era una certa diffidenza nei nostri confronti. Forse perché non era nemmeno ben chiaro chi fossimo noi in mezzo a un macello del genere. Nei miei ricordi di diciottenne sono rimaste tutte quelle casse da morto allineate e impilate nella piazza del paese, accanto a quintali di calce bianca. Erano già pronti a ricoprire tutte le macerie. Poi si spargevano le voci più incontrollate, come quelle di chi diceva che presto avrebbero fatto saltare per motivi sanitari tutte le macerie prima di chiuderle con la calce».
Certo che la differenza rispetto alla macchina organizzativa di oggi è grande.
«Assolutamente sì. Ricordo anche che la gente ci chiedeva delle roulotte e noi avevamo incrociato una colonna di roulotte con gli autisti che non sapevano dove andare».
A Laviano nel corso degli anni il paese è stato rifatto completamente. Oggi non si riconosce neppure una pietra di quello che c’era nel 1980. Come ex sindaco, ma soprattutto come soccorritore, come vede il futuro di Reggiolo?
«Senza economia il paese rischia di morire. Invece Reggiolo tornerà a essere un posto sicuro nel quale è bello vivere. Sono certo che tutte le imprese, e quelli che hanno avuto danni, faranno il possibile per ripristinare case e aziende. Reggiolo farà la sua parte ma non abbiamo vergogna a chiedere che lo Stato e la Regione facciano anche loro la loro parte. Che è tanta. Il problema nostro è che siamo in ginocchio come servizi pubblici. Avevano alcune eccellenze costruite nel giro di 20 anni, non solo a Palazzo Sartoretti. Adesso il palazzo è a rischio crollo, così come tutte le scuole sono inagibili. In alcuni casi le inagibilità si risolveranno con lavori da qualche decina di migliaia di euro – e sto pensado all’asilo e alla casa protetta – però abbiamo un problema enorme alle scuole medie, che avevamo ampliato con un blocco nuovo. Dovremo spendere una follia. Anche con il Municipio siamo in piazza, sotto una “tenda rossa”».
Ma a parte i palazzi, quale sarà la sorte delle persone che adesso sono nella tendopoli?
«Molti reggiolesi hanno trovato sistemazioni alternative da parenti e amici. Altri, soprattutto stranieri o senza parenti vicini, stavano in case ora inagibili che sarà complicato recuperare. Vedremo quali risorse avremo a disposizione da Regione e Stato».
Ci dica la verità. Ma in questi giorni, ricordando quanto ha visto nel 1980, ha mai avuto paura?
«I problemi veri ci sono stati solo nei palazzi storici, la mia paura non è stata tanto morire quanto piuttosto non poter più vivere come prima. Avevamo la crisi economica, poi è arrivata la faccenda della Cooperativa muratori Reggiolo che è stata il nostro primo terremoto, e alla fine le scosse vere. Il nostro Comune, inteso come servizi alla persona, è in ginocchio. Chiunque possa darci un aiuto è ben gradito».

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