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De Mita allo scout Renzi: 'Ha la diagnosi, non la cura'

Matteo Renzi, la riforma del Senato, quella del lavoro, il leaderismo. Ciriaco De Mita, indossate le vesti di sindaco di Nusco, non ha svestito i panni del grande saggio della politica italiana che tutto osserva, tutto medita e tutto giudica.
Senza troppi giri di parole anche a Loreto, invitato dall’associazione CambiaMenti, ha riempito di taccuini dei giornalisti presenti di una serie di interessanti riflessioni. Di seguito riportiamo la ricostruzione del suo intervento fatta su Italia Oggi da Giorgio Ponziano:
..sembra il Cossiga dei tempi d’oro, ne ha per tutti, anche per l’ex-rottamatore che lui rottamerebbe, nonostante la comune matrice cattolica e non è un caso se uno è finito nella Dc e poi nell’Udc e l’altro nel Pd. La sorniona spiegazione di De Mita è questa: «Una cosa è l’Azione Cattolica, altra cosa sono gli Scout. Io sono cresciuto nella fila dell’Azione Cattolica, Renzi è uno Scout».
Posti i primi puntini sulle i, aggiunge: «Ho la sensazione che questa non sia l’epoca del capire, ma di chi comanda e chiama gufi chi non ubbidisce…». «Uso un esempio per farmi comprendere: è come se gli alunni immaginassero di fare i professori. Così sarebbero destinati a rimanere analfabeti. Si tratta di un processo dialettico tra generazioni che qualcuno vorrebbe saltare ma la sua scomparsa impedirebbe di comprendere la realtà. Il paradosso è che, oggi, più cresce la richiesta di sapere e di conoscenza del passato, più i protagonisti di questo passato tendono a ritirarsi perché va di moda il giovanilismo e si sentono un peso. Ma la saggezza di quelli che hanno la mia età risiede proprio nella capacità di spiegare ai giovani che per costruire il futuro c’è bisogno di un certo percorso».
Altrimenti la classe politica non è all’altezza poiché non ci si improvvisa in posizioni tanto delicate come la guida di un Paese: «Il rischio è una classe politica - spiega De Mita - non che affronta i problemi ma li segnala. Per me Renzi ha afferrato la questione, come tutti del resto, ma la spiega non accompagnandola con la sua soluzione bensì semplicemente con un messaggio e per questo dal punto di vista del governo dell’economia siamo in condizioni di gravità assoluta: c’è la diagnosi senza la terapia». Insomma, «la politica è l’analisi dei fatti a partire dalla quale elaborare un’ipotesi di risposta ma – avverte De Mita- se si semplifica la lettura storica per ottenere consenso si finisce per non capire le radici della crisi attuale e quindi per non predisporre gli adeguati rimedi».
Poi, a sorpresa, l’ex-leader Dc spezza una lancia a favore delle correnti che erano in aspra competizione nella Balena bianca, meglio quelle che le schiere di yes men che oggi attorniano i leader: «Renzi dice qualcosa e la covata delle giovani emergenti del Pd ripete in maniera languida la spiegazione semplificata che il leader dà. Più che un pensiero sembra una giaculatoria». Inoltre De Mita (che presiedette la seconda Bicamerale per le riforme costituzionali tra il 1992 e il 1993) si schiera tra gli oppositori della proposta di quasi azzeramento del Senato: «Berlusconi non ha un disegno di conservazione democratica, ma di salvaguardia personale e quando si segue questo disegno si cede all’interlocutore più conveniente al di là dei contenuti. È sbagliato pensare al parlamento come a un organismo che frena, è invece un luogo di riflessione. Ipotizzare un meccanismo che semplifichi la decisione e cancelli la riflessione non va bene. Non dimentichiamo che nei sistemi parlamentari la seconda Camera ha la funzione dell’estintore: può non servire, ma la sua funzione è indispensabile quando sorgono le difficoltà».
De Mita è stato segretario della Democrazia Cristiana e presidente del consiglio, poi europarlamentare per l’Udc. Ad appoggiare la sua candidatura a sindaco di Nusco è stato Gianfranco Rotondi, parlamentare di Forza Italia e amico (oltre che compaesano) da sempre di De Mita. Ricorda Rotondi: «Quando eravamo ragazzi e De Mita era il padrone d’Italia la signora Anna Maria Scarinzi, sua moglie, aveva un cane che si chiamava Flossi, dai nomi delle figlie Floriana e Simona. Il mio braccio destro, Franco De Luca, per esortare i giovani all’impegno soleva ripetergli: «lavorate e combattete seriamente sennò vi comanderà Flossi’». Quando finalmente sarò avvicendato anch’io, che pure sono durato abbastanza, ho pronto il titolo delle mie memorie: da Flossi a Dudu’».
De Mita ringrazia Rotondi però a Loreto non parla di Nusco ma di un’Italia che «dal dopoguerra alla fine degli anni 70 ha realizzato un processo di trasformazione senza eguali». E cita Aldo Moro: “Alla fine degli anni ’70 Moro affermò che essendo nata la stagione dei diritti senza la stagione dei doveri questo Paese non poteva avere speranza perché non esiste diritto senza dovere». A mandare in frantumi la vetrina è stato, secondo l’ex-leader, il ‘68: «Prima del ’68, il voto dei figli era orientato dai genitori. Dal ’68 in poi è accaduto il contrario: i figli hanno iniziato ad orientare il voto dei genitori. Si è trattato di un momento complesso, percorso da una profonda tensione ideale verso la libertà. A rovinare quel momento fu il partito comunista, preso tra due differenti posizioni. Da un lato, Amendola che riteneva che quel movimento andasse governato, dall’altro Ingrao che pensava che quel movimento fosse un anticipo della rivoluzione». Il risultato è stata una contestazione priva di soluzioni, con una politica senza bussola tanto da realizzare (1976-77) una riforma universitaria «sulla base di una logica sindacale e creando le condizioni perché nascessero i baroni moderni» e l’adozione dello statuto dei lavoratori (1970) «uno strumento importantissimo perché permise agli operai di uscire da una condizione di sudditanza ma quelle tutele andavano maturando in una società che aveva arrestato la crescita e oggi ci troviamo con diseguaglianze inaccettabili tra tutelati e non tutelati». De Mita si commiata: «Anziano? Ricordo che senza memoria storica non si può costruire il futuro». Da grande vecchio della politica può permettersi di bacchettare a destra e a manca, e anche di rivendicare il suo pedigree, o meglio di ricordarlo pure ai renziani in carriera: «Le questioni prima di affrontarle vanno storicizzate cioè capite. Non si può guarire senza capire le cause della malattia».
