Giancarlo Siani: un giovane con un sogno anticamorra

23 settembre 1985- 23 settembre 2015. Sono passati esattamente 30 anni dal giorno in cui Giancarlo Siani, giovane giornalista napoletano del Mattino, fu ucciso dalla camorra per alcuni articoli scomodi  sulla criminalità organizzata. Aveva capito che la camorra si era insediata nella vita economica e politica del territorio e quindi, ci si è guardati bene dal lasciarlo vivere e continuare la sua crociata.
Quale momento migliore, quindi, per parlare di cosa sia cambiato, negli anni, nel giornalismo di denuncia, di fronte alla criminalità organizzata. Sostanzialmente nulla: ancora oggi chi parla in maniera scomoda, ossia vera, è destinato a fare una vita scomoda, come la  negazione di una vita normale, ed essere costretti ad andare in giro sempre con la scorta.
Dopo 30 anni è ancora difficile, parlare di criminalità organizzata. Forse lo è anche perché il sostegno delle Istituzioni non è quello sperato da chi rischia anche la vita, come ha fatto Siani, per poter denunciare una realtà che sembra essere fusa con il territorio non solo campano, ma nazionale. Un tale atteggiamento lascia pensare che non si riesca a trovare una soluzione definitiva al problema. E questo fa paura.
Siani lascia sicuramente l’esempio di andare avanti, non arrendersi alle intimidazioni, di denunciare ciò che sta uccidendo il nostro territorio. Questa è l’unica medicina che possiamo utilizzare per combattere il morbo che ci ha infettati.
La consapevolezza e l’azione prima di tutto e il mezzo principale per supportarla è la scrittura e la testimonianza, che sia un articolo di giornale, un libro, un post su un social, una canzone, senza mai lasciare spazio all’indifferenza.
Sicuramente qualcosa nel tempo è cambiato in positivo, ma la strada è ancora lunga e sembra che gli occhi non siano ancora completamente dischiusi su quello che ci accade intorno.
Dunque ricordare Siani non è solo una necessità sociale, ma è, prima di tutto, una necessità dell’anima. E' l’esempio per tutti, a partire dai giovani giornalisti che intraprendono questa professione, ad essere protagonisti della storia, non distaccati spettatori della nostra società.
Siani fu ucciso non perchè era un giornalista ma perchè aveva l'indole del giornalista pur non avendo tutele. Aveva il coraggio civile di un giovane onesto e normale raccontando quello che molti non vedevano o facevano finta di non vedere. Oggi è il giorno del ricordo ed è importante mettere al bando la facile retorica e in particolare l'ipocrisia. La sua lezione morale è stata nel recupero del significato reale del dovere senza opportunismi che spesso caratterizzano il mestiere di giornalista. Oggi, non vedere e fingere di non vedere è la costante di molti, troppi che vanno contro la deontologia, alimentando la confusione di chi vuole confondere per il consolidamento dei propri interessi e privilegi.
Questo vale anche per lo Stato, che ha il dovere di sostenere la corretta tensione morale ed aiutare i cittadini a salvarsi da una malattia più pericolosa di un male incurabile. Ma come ogni morbo, anche la criminalità organizzata ha il suo tallone d’Achille perchè  si nutre di ignoranza. Dunque, combattiamo l’ignoranza con la consapevolezza che si avranno risvolti positivi inaspettati.