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Hanno lottato un minuto in più del padrone

Hanno mantenuto la promessa. Gli operai della ex Irisbus di Valle Ufita hanno lottato un minuto in più del padrone. La dichiarazione risale a tre anni fa dopo essersi rassegnati all'idea che quella fabbrica dovesse chiudere, hanno deciso di combattere. Di date, persone,storie, eventi da raccontare nell' evoluzione di questa verteza ce ne sono troppe. Chi l'ha vissuta in prima persona, chiudendo gli occhi, potrebbe ricostruire ogni singolo istante dei 118 giorni di lotta, ogni minuto passato davanti ai cancelli, ogni frase pronunciata per raissicurare il collega, ogni bugia pronunciata dal politico di turno. Tutto costruisce lo scheletro di una vittoria. La vertenza Irisbus porta il nome di Rocco Moriello. É lui che, il 26 maggio del 2011, per primo si incateno' ai cancelli di quella fabbrica:" Lavoro qui da 32 anni - mi disse - negli ultimi 11 mesi ho lavorato 9 giorni. C'è qualcosa che non va". Qualcosa che non andava c'era eccome e il 7 luglio del 2011 si rivelò in tutta la sua assurdità in un titolo di giornale. "La IRISBUS chiude" scrive a "Il Mattino". Non ci credeva nessuno. L' 11 luglio del 2011, nel caldo asfissiante della prima assemblea che si tenne in un noto ristorante di Flumeri, qualcuno comincio a crederci. E qualcuno in più comincio' a crederci quando Ciriaco De Mita, a Grottaminarda, invito gli operai ad occuparne la fabbrica segno che, che che ne potesse pensare la maggioranza, il leader di Nusco quella fabbrica non la poteva far riaprire. La vertenza Irisbus porta il nome di Silvia Curcio e il colore dei suoi occhi, diventati ancor più azzurri a furia di guardare il cielo e sperare di farcela. Mai ha pensato di fallire, mai ha smesso, con cortesia e pazienza, di rispondere alle domande della stampa, di informare sulla vertenza. Di macinare chilometri pur di dare un futuro alla sua terra. La vertenza Irisbus porta il nome di Dario Meninno, delle sue enormi mani e delle sue freddure in perfetto dialetto grotte. Le stesse mani che, quando Fiat decise di portare fuori gli ultimi bus, nascosero gli occhi, forse qualche lacrima. I metalmeccanici, però, non piangono. Lottano. E a volte, lanciano anche secchiate d'acqua. É quel che accadde quando, davanti ai cancelli, arrivarono i segretari regionali delle tre sigle sindacali. Troppe parole vuote secondo gli operai, uno di loro pensò bene di rinfrescargli la mente con un bel litro d'acqua gelida e via di nuove verso Napoli... La vertenza Irisbus porta il nome di Di Risio. O meglio, non porta il nome di Di Risio "Fortunatamente" direbbe qualcuno, in primis i lavoratori che hanno sempre rigettato l'idea come una medicina cattiva. Non porta nemmeno il nome dei "cinesi", "Amsia" o "Dfm" che sia, nonostante le bandiere del Sol Levante sventolate in una manifestazione tenutasi a Grottaminarda. La vertenza Irisbus porta il nome di ogni figlia o figlio di operai che hanno partecipato al presidio o a qualche manifestazione, di chiunque abbia capito che, quella, non era la vertenza della Irisbus, quella era la vertenza dell' Irpinia. Porta il nome della signora Antonietta, due ragazzi all'università ed un marito impiegato alla Almec di Nusco, nel 2011 in crisi nera. . La vertenza Irisbus, forse, porta anche il nome di qualche giornalista che con partecipazione e professionalità ha informato i cittadini su quanto stesse accadendo, che ha subito lo stesso caldo e lo stesso freddo degli operai, diventando anch'egli parte della lotta. La vertenza Irisbus porta il nome di Salvatore che, provateci voi, ha spillato 50 euro dalle tasche di Massimo D'Alema come contributo per una delle tante trasferte romane. Questa vertenza porta soprattutto il nome di Stefano Del Rosso, uno dei pochi amministratori delegati al mondo che risponde al telefono al primo squillo, che passa minuti e minuti a spiegarti quel che sta accadendo, a preoccuparsi del clima che si respira. Stefano Del Rosso sembra un Irpino. Questa vertenza, infine, porta il nome di Claudio De Vincenti, un politico che si commuove. Tanto basta per qualificarlo. Questa vertenza, badate bene,però, non porta il nome dell' Irpinia. Non di tutta, quanto meno. Ma è dedicata a chi non ci credeva, a chi, forse, un po' gufava, a chi pensava che non ce l'avrebbero fatta. Invece no, gli operai hanno mantenuto la promessa: hanno lottato un minuto in più del padrone.
