Reparto Psichiatrico: quando a pagare è chi non può difendersi!

Il dibattito sulla chiusura del reparto di psichiatria dell’Ospedale di Bisaccia merita di essere approfondito.
Quelli che, come chi scrive, hanno avuto la ventura di fornire assistenza legale alle famiglie di malati di mente non possono  non restare  turbati dalla notizia.  
Il reparto di psichiatria si trovava al piano terreno dell’Ospedale, accessibile solo da una grande porta marrone sempre chiusa a chiave.
Dietro quella porta si apriva il mondo dei disabili psichici, quelli che negli anni settanta si chiamavano malati di mente. Era, il loro, un mondo fatto di grandi stanzoni assolutamente vuoti, di psicofarmaci e di fantasie dilaganti.
Mi ha sempre lasciato una tristezza profonda quel luogo. Non di rado, entrando, capitava che qualche malato ti scambiasse per uno dei personaggi che popolavano la realtà che egli stava vivendo in quel momento e ti chiedesse le cose più impensate ed allora intervenivano gli infermieri per cercare, con i loro sorrisi stanchi, di riportarlo al tempo presente, quel tempo che la sua mente così pervicacemente rifuggiva.
E più la mia memoria ritorna indietro nei ricordi, più la mia coscienza s’indigna davanti a delle Istituzioni che non hanno esitato a sfrattare dalla loro casa quelle che sono le persone più indifese di tutte perché completamente dissociate dalla realtà, che non hanno avuto scrupoli nel sacrificare i destini dei familiari di quei malati pur di risparmiare sul costo di qualche posto letto, come il più piccolo dei contabili.
Il mio intervento è scevro da qualsiasi considerazione politica, da qualsiasi logica di appartenenza. Il mio è lo scandalo di chi si è sempre considerato cittadino di una paese civile e che, in quanto tale, non si spiega come lo Stato non capisca che chiudendo quel reparto di dieci posti letto ha condannato al proprio destino dieci ammalati e dieci famiglie che non troveranno più risposte ai propri problemi che sono quelli più terribili e gravi che la vita può riservare a ciascuno di noi.
I burocrati che hanno elaborato il piano ospedaliero hanno mai  riflettuto sul dramma che sta vivendo chi oggi è rimasto da solo a dover affrontare la malattia di mente di un fratello, di un figlio o di un genitore? Lo sanno quei signori quanta pazienza ci vuole con chi è convinto di aver perso metà del cervello, con chi crede di essere in viaggio per destinazioni immaginarie, con chi scappa nel pieno della notte, con chi urla e sbraita senza ragione, con chi non vuole più vestirsi o mangiare o semplicemente parlare.
Nè esistono soluzioni alternative. L’ospedale di Solofra che, nelle intenzioni della legge, dovrebbe sostituire il reparto chiuso è inadatto in rerum natura. Perché serve una fetta di territorio diversa e lontanissima e perché, come spiegano gli operatori di Bisaccia, in quella struttura fanno “…una psichiatria diversa…” rivolta essenzialmente ai soggetti pericolosi, quelli bisognevoli di trattamenti sanitari obbligatori.
Allo stesso modo inutile è pensare di rivolgersi ai Dipartimenti di Salute Mentale che dalle nostre parti si limitano, in molti casi, alle semplici prescrizioni dei farmaci, privi, probabilmente, delle strutture e dalla fantasia per pensare ad un servizio meno routinario, più vicino alle necessità vere dei malati e dei loro cari.
L’unica salvezza rimane quella di affidarsi alle strutture private, ma quante persone possono permettersi di pagare rette da migliaia di euro al mese per ricoverare un malato di mente?
Possibile che in un paese in cui si è sprecato su tutto si è deciso di risparmiare proprio a danno dei più deboli fra i deboli?
Non occorrerebbe, invece, fermarsi a riflettere sul fatto che ogni politica sociale appena degna di tale nome dovrebbe avere a cura innanzitutto le sorti di chi già è stato abbandonato di suo dal destino?
La mia indignazione dovrebbe essere quella di tutti. Il mio sdegno lo sdegno di un popolo intero che si è ritrovato più debole ed indifeso, all’improvviso, in pieno agosto, quasi di nascosto.