Spopolamento Irpinia, ogni anno si perde un Comune di 2000 abitanti

Di Toni Ricciardi, Università di Ginevra

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Nell’Italia a più velocità, nel Mezzogiorno differenziato, persiste un elemento che unisce identitariamente tutti: l’emigrazione. Si può discutere e schierarsi pro o contro il revisionismo di Pino Aprile, scegliere di essere neoborbonici o filo sabaudi, padani o leghisti a vario titolo, ma indubbiamente, dalla Valle d’Aosta a Lampedusa, siamo stati e siamo il popolo migrante per eccellenza. Poi si può declinare il concetto in maniera diversa, eliminandone, in base al punto di vista il suffisso “emi” o “immi”, declinarlo in forme diverse – parlando di mobilità, fuga o diaspora – ma in fondo il concetto rimane lo stesso.
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In questo quadro, la provincia di Avellino si riconferma inesorabilmente protagonista, insieme ad altre province dell’entroterra meridionale, con i sui oltre 104.000 iscritti all’Aire. In aggiunta, in alcune aree dell’Irpinia, il processo di desertificazione demografica e sociale rischia di diventare irreversibile. D’altronde già nel 2008 il Rapporto elaborato da Confcommercio-Legambiente sul disagio insediativo prevedeva che, a partire dal 2016, molte aree interne, soprattutto quelle del Mezzogiorno del paese, corressero il rischio di diventare “paesi polvere”. Purtroppo le previsioni di questa analisi, che si basa sul ventennio 1996-2016, vengono riconfermate annualmente anche dal Rapporto”Italiani nel mondo” della Fondazione Caritas-Migrantes.
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La fotografia che emerge di parte dell’Irpinia riconferma, se non aggrava, quanto già emerso nelle edizioni precedenti. L’Alta Irpinia e con essa quella che ormai è stata ribattezzata l’Irpinia d’Oriente, continua progressivamente a svuotarsi. I dati purtroppo ci confermano in tutta la loro tragicità come in queste aree il processo di desertificazione, legato al disagio insediativo, sociale e occupazionale, sia quasi irreversibile. Mentre altre aree della provincia – la fascia dei Comuni intorno alla città capoluogo ed il baianese – crescono a ritmi da boom economico, anche se le ragioni non sono queste, nel resto della provincia di Avellino, dal 2007 ad oggi, perdiamo un piccolo Comune di 2000 abitanti l’anno. D’altronde non è un caso che nella classifica dei primi 100 Comuni campani, analizzando sia la percentuale d’incidenza (rapporto tra residenti nei Comuni e residenti all’estero) che quella in termini assoluti, l’Irpinia conquisti questo amaro primato regionale. Nel primo caso nelle prime 100 posizioni troviamo ben 44 Comuni della provincia, dei quali 26 hanno un tasso d’incidenza superiore al 50%, con picchi che vanno dal 142,6% di Cairano, al 118,5% di Conza della Campania, al 113,6% di Teora, fino ad arrivare al 100simo posto occupato dal 38,7% di Montemarano. Sull’altro versante, quello delle presenze in termini assoluti, continuano a prevalere i dati di Comuni dell’Alta Irpinia: Sant’Angelo dei Lombardi (3.373), Montella (3.250), Lioni (2.795) e Nusco (2.748); che risultano rispettivamente in 5°, 6°, 12° e 14° posizione.
Il dato complessivo della sola presenza all’estero, oltre ad allarmare – anche se questa è una costante in crescita a partire dalla metà degli anni Novanta che si aggrava progressivamente durante l’arco dell’ultimo decennio – ci fornisce anche un’ulteriore chiave di lettura. Azzardando delle stime, scientificamente accettabili, possiamo affermare che la presenza reale degli irpini nel mondo si aggiri introno al mezzo milione. La cifra si raggiunge sommando agli oltre 100.000 attuali, perlopiù sparsi in Europa, tutti gli oriundi (seconda, terza e quarta generazione), in questo caso, prevalentemente presenti nelle Americhe e in Oceania, dove vige il principio dello ius soli, ovvero, dell’acquisizione di cittadinanza per nascita.
Ci riferiamo a persone che nella maggior parte dei casi non parlano nemmeno più l’italiano, ricordano a stento qualche espressione dialettale (ormai in disuso nei minuscoli borghi irpini) e che sono state una o più volte in vacanza in Italia, nelle città d’arte o nelle mete turistiche più famose, ma che non conoscono il paesino dal quale partirono tanti decenni fa i propri avi. Questo dato viene confermato nel 2011 dalla Banca d’Italia, la quale ha ritiene che oltre 70milioni di persone dall’estero (e tra di essi per più della metà sono italiani o oriundi) si sono recati in Italia di passaggio o per trattenersi uno o più giorni. Inoltre, quando si parla di made in Italy o di italian style occorre ricordare come questo si sia affermato durante 150 anni soprattutto attraverso la rete dei consumi degli italiani all’estero. Il dato ci viene confermato, ad esempio, dalle recenti ricerche di Vittorio Daniele e Nicola Ostuni, dove si dimostra come l’export di prodotti alimentari sia cresciuto esponenzialmente all’aumento della presenza degli italiani all’estero. Sul versante invece dei viaggi di ritorno, tema centrale di questa riflessione, già negli anni Novanta l’antropologa italo-australiana, Loretta Baldassar ci dimostra come il “turismo familiare” o delle “radici” attragga sempre crescenti numeri di italiani ed oriundi nel suo Veneto, con ricadute in termini economici non trascurabili. Infatti, non è un caso che le regioni che maggiormente investono in questo segmento di promozione territoriale legato alla riscoperta delle proprie radici familiari, usanze alimentari, tradizioni sociali, siano Veneto, Piemonte, Lombardia e Liguria, tutte regioni di antica emigrazione. Queste, insieme alla Toscana e all’Umbria, sono le stesse dove è da decenni forte la presenza di Musei e centri che si occupano del fenomeno migratorio. Per quanto riguarda il Mezzogiorno, tolto l’esperimento della “Nave della Sila”, progetto di un museo rievocativo nella Sila curato da Gian Antonio Stella e da Mirella Barracco e la rete dei piccoli musei siciliani, nulla è stato fatto, nonostante l’ambizioso progetto del Museo dell’emigrazione che doveva sorgere all’Immacolatella Vecchia, nel cuore del porto di Napoli.
Si comprende facilmente come sia giunto il momento di intervenire e di ribaltare il paradigma di una piaga, quale quella migratoria, in risorsa propulsiva per questo territorio. Le strutture vuote, sia nella città di Avellino che nell’intera provincia non mancano. Come non mancano centri di ricerca e musei a vario titolo, che potrebbero essere facilmente integrati ed arricchiti e visti in una chiave diversa.
Il target al quale noi dovremmo rivolgere la nostra attenzione sono le seconde, terze e quarte generazioni, che hanno, sì, sentito parlare della terra d’origine dei propri avi, ma che di fatto ogniqualvolta vengono a fare un viaggio in Italia, non vanno oltre Roma, Firenze e Napoli o Capri.
Offriamo loro la possibilità di conoscere i luoghi dai quali sono partiti i propri nonni o bisnonni, ed invogliamoli a riscoprine le tradizioni, la gastronomia, la cultura. Insomma, realizziamo non solo un semplice museo, bensì la casa della riscoperta del passato dei tanti che hanno proiettato le nostre radici al di là dell’Oceano e in mezza Europa.
Come si evince, con una semplice idea, si riuscirebbero a rilanciare diversi aspetti sui quali la politica dibatte tanto, ma che non sempre riesce ad inquadrare nella veste giusta. Cos’è questo se non sviluppo territoriale, promozione dei prodotti tipici e delle specificità culturali, connesse alle storie dei tanti e tanti che a stento hanno sentito la parola Avellino, pur essendone a pieno titolo cittadini.
L’Irpinia a trent’anni dal terremoto
Sono passati da poco trent’anni dalla tragica sera del 23 novembre 1980. Molte cose sono cambiate, molte speranze sono state deluse e tradite. Non spetta a noi, in questa sede, fare delle valutazioni su come siano state spese le ingenti cifre – oltre 30 miliardi di euro (pari ad una manovra finanziaria) – su quanto alto sia stato il costo di ogni chilometro di asse viario realizzato e non ancora realizzato; su quanto sia costato ogni posto di metalmeccanico creato grazie agli incentivi statali e quanto questi soldi abbiano agevolato l’imprenditoria del Nord del Paese. Non tocca a noi valutare il reale impatto della fiatizzazione e dell’intero indotto in Irpinia, soprattutto oggi che grossa parte di questo indotto vive l’amara realtà della cassa integrazione e delle probabili chiusure (caso Irisbus). Non tocca a noi valutare le ridefinizioni dei tanti piccoli centri storici che in nome di nuovi modelli abitativi e dei tanti soldi che sono arrivati per la ricostruzione, molti amministratori locali non hanno avuto scrupoli nell’abbattere. Non tocca a noi valutare se un reale progresso ci sia stato e se questo sia stato accompagnato da un reale sviluppo. Come non spetta a noi valutare quante e quali generazioni hanno usufruito del miracolo terremoto, oppure, quanto risulti paradossale in zone sismiche come queste correre il rischio di vedersi cancellare ogni presidio ospedaliero di base.
In questa sede a noi spetta il compito di valutare e mettere in correlazione il fenomeno migratorio che ha interessato la realtà territoriale in questione, osservandone in modo critico l’evoluzione, ma soprattutto verificando cosa è accaduto e cosa hanno prodotto tanti sforzi in una pur minuscola realtà territoriale del Mezzogiorno d’Italia. In altre parole, analizzando in rapporto con i dati antecedenti il sisma del 1980, come e se si è arrestato l’ingente flusso migratorio, che fa della provincia di Avellino, appunto, la prima provincia campana come tasso d’incidenza.
Già nel 2010, a distanza di 30 anni dal terremoto dell’80, emergeva chiaramente come 55 Comuni perdessero oltre il 10% di popolazione. Con percentuali che oscillavano dall’oltre 56% di Cairano, al 40% di Montaguto e Morra de Sanctis; inoltre, ben 31 Comuni registravano perdite oltre il 20% rispetto all’immediato post-sisma.
Inoltre, è significativo notare da un lato l’interconnessione con i dati del decennio antecedente il sisma, ma soprattutto come tutti i Comuni della fascia A, ad eccezione di Lioni (+9,4%), Solofra (+24,1%) e S. Michele di Serino (59,4%), continuino a perdere popolazione.
Tracciando sinteticamente un parziale bilancio della vicenda migratoria irpina, possiamo tranquillamente affermare che oramai non si può più parlare di inarrestabile processo emigratorio, bensì risulta più corretto parlare di desertificazione inarrestabile, in particolare per quanto concerne l’Alta Irpinia.
Infatti, negli ultimi cinque anni ci sono state oltre 10.000 nuove iscrizioni all’Aire. Si è passati dai 90.944 iscritti del 2007 ai 100.916 del 31 dicembre 2011. Se di queste, il 30% sono nuove iscrizioni per nascita all’estero e, se aggiungiamo un 10% c.a. di riallineamenti dei dati effettuati dalle anagrafi comunali, la provincia di Avellino ha visto verso l’estero, stando ai dati ufficiali, oltre 6mila partenze nell’ultimo cinquennio. Inoltre, stando a diverse indagini indipendenti, solo 1 italiano su 2 si iscrive, nonostante l’obbligatorietà, all’Aire.
Quindi rispetto al 2010, nel 2011 l’Irpinia vede aumentare il proprio contingente verso l’estero di 1000 unità. Duplicando il dato e aggiungendo ad esso c.a. il 30% di mobilità interna, che di fatto compensa lo stesso dato relativo alle nascite all’estero, possiamo tranquillamente affermare che la provincia di Avellino perde un piccolo Comune di 2mila abitanti l’anno.
Riassumendo, analizzando il trend nell’ultimo decennio della provincia di Avellino – la quale stando a dati (ancora provvisori) dei censimenti 2001 e 2011 passa complessivamente dai 431.179 ai 430.292 – possiamo asserire che il deficit demografico viene interamente assorbito dalla presenza degli stranieri regolari, che sono complessivamente c.a. 12mila e rappresentano il 3% della popolazione residente.