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La scelta di una leadership, il futuro non si costruisce tornando indietro
lunedì 14 settembre 2026 - Da Redazione
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( di Pellegrino Palmieri) - Nel centrosinistra italiano, quando si avvicina il momento di scegliere una leadership, torna puntuale una certa paura del cambiamento, una sorta di riflesso conservativo che spinge a cercare la soluzione più rassicurante per gli elettori e per il gruppo dirigente, quella che tiene insieme tutti, che non disturba troppo, che non rompe gli equilibri, che consente di presentarsi agli elettori con l’idea di un’alternativa di governo senza mettere davvero in discussione il paradigma politico che abbiamo conosciuto negli ultimi trent’anni: cambiare sì, ma non troppo.
Da Tangentopoli in poi abbiamo rincorso il centro, questo famoso centro moderato cattolico che, per certi versi, somiglia all’isola che non c’è di Edoardo Bennato e, per quasi tre decenni, anche quando abbiamo vinto, non abbiamo mai vinto davvero: abbiamo avuto qualche senatore o qualche deputato in più, maggioranze fragili, equilibri da tenere insieme giorno per giorno, governi costretti più a sopravvivere che a trasformare il Paese. Una vittoria capace di aprire davvero una stagione politica nuova la sinistra italiana non l’ha mai avuta e non credo che questo dipenda semplicemente dal fatto che gli italiani sarebbero un popolo irrimediabilmente conservatore, come spesso ci raccontiamo per giustificare i nostri fallimenti; crediamo piuttosto che agli italiani sia stata offerta troppo raramente una proposta di cambiamento vera.
Abbiamo preferito vivacchiare, scegliere la conservazione per paura dei rischi del cambiamento e, così facendo, abbiamo finito per consegnare progressivamente il Paese alla destra.
La differenza tra una candidatura come quella di Giuseppe Conte e una candidatura come quella di Elly Schlein sta proprio nella paura di un processo del quale si intuisce la portata, ma che una parte del vecchio gruppo dirigente non sa come governare, perché non possiede più gli strumenti culturali per interpretarlo e, soprattutto, non sa quale ruolo potrebbe ritagliarsi al suo interno. Per una cultura politica come quella rappresentata da D’Alema o Bettini, Schlein può essere un buon riferimento generazionale, può persino essere utile per rinnovare l’immagine del centrosinistra, ma diventa molto più difficile accettarla come guida di un processo politico vero, perché quel linguaggio non è completamente traducibile attraverso i canoni della politica novecentesca. È proprio questo, invece, il rischio che riteniamo valga la pena correre.
La maggior parte di noi appartiene a una generazione politica che affonda le proprie radici nei partiti della Prima Repubblica, in una politica fatta di sezioni, discussioni, appartenenze, organizzazione, ma proprio il confronto con le nuove generazioni ci porta a pensare che esista oggi la possibilità di cambiamenti molto più profondi di quelli che siamo abituati a immaginare e che, proprio per questo, meritino anche una quota di rischio. Bersani ha detto più volte che bisogna mettere le redini nelle mani delle nuove generazioni e crediamo abbia ragione, perché l’orizzonte costruito con la politica degli ultimi decenni ci sta portando verso un fallimento economico, sociale e perfino democratico, mentre ciò di cui avremmo bisogno è rompere il paradigma e provare a immaginare una nuova idea di Paese.
Elly Schlein può incarnare questa possibilità, perché parla il linguaggio delle nuove generazioni e rappresenta una possibilità concreta di cambiare il governo del Paese in maniera radicale. Conte no, o almeno non nello stesso modo.
Conte è una figura autorevole, ha governato il Paese, ha attraversato la pandemia, ha guidato maggioranze profondamente diverse e ha acquisito un’esperienza istituzionale che nessuno può negargli, ma proprio per questo appartiene ormai pienamente alla storia politica che abbiamo già vissuto, alla stagione delle maggioranze variabili, dei compromessi parlamentari, delle emergenze, delle ricomposizioni e, infine, del governo Draghi. Può rappresentare un’alternativa alla destra, ma difficilmente rappresenta un’alternativa al modello politico fallimentare che ci ha accompagnato fin qui.
Il punto, quindi, non è stabilire se Schlein sia più brava di Conte, più preparata o più popolare, né perdere tempo a misurare due punti in più o in meno nei sondaggi; il punto è capire chi possa aprire uno spazio politico nuovo, chi possa parlare a una parte del Paese che oggi non si riconosce più nei partiti tradizionali e chi possa rappresentare non soltanto un ricambio di governo, ma un vero ricambio politico e generazionale.
Schlein, da questo punto di vista, rappresenta una possibilità diversa, per la cultura politica che porta con sé, per i temi sui quali ha costruito la propria leadership e soprattutto perché può parlare a una parte del Paese che non ha mai avuto un rapporto stabile con il centrosinistra e che oggi si trova in gran parte fuori dalle urne.
Quando parliamo del non voto, infatti, tendiamo sempre a descriverlo come il risultato della sfiducia e della stanchezza, ma dentro l’astensione esiste anche una parte delle nuove generazioni che non è semplicemente delusa dalla politica: parla una lingua diversa da quella dei partiti, non conosce le correnti, non segue i caminetti, non è interessata ai federatori o alle battaglie per le postazioni, ma può avere idee molto chiare sui diritti, sulla libertà personale, sull’ambiente, sul lavoro, sulle discriminazioni, sulla guerra, sulla Costituzione.
Non è un elettorato del Pd, non è un elettorato della sinistra e sarebbe sbagliato pensare di poterselo intestare, ma è un mondo che può mobilitarsi quando sente che è in discussione qualcosa che riguarda davvero la propria vita. La partecipazione giovanile al referendum costituzionale avrebbe dovuto insegnarci almeno questo, anche perché molta di quella politica che oggi ci spiega quale sarebbe la candidatura più prudente e più sicura non aveva previsto affatto quella mobilitazione.
Esiste un mondo che sfugge al dibattito politico, fatto di nuovi italiani, che va al di là del perimetro culturale e interpretativo di pensatori come Bettini e D’Alema, un mondo che Schlein può provare a intercettare e coinvolgere.
Il centrosinistra continua invece a ragionare soprattutto sull’elettorato che già esiste: prende i voti del Pd, aggiunge quelli del Movimento 5 Stelle, somma AVS, cerca qualcosa al centro e verifica se alla fine il conto torna. È aritmetica, certamente necessaria, ma la politica comincia quando si prova a modificare quei numeri, quando si riportano al voto persone che oggi restano a casa, quando si costruisce una maggioranza sociale e non soltanto una coalizione numericamente sufficiente.
È qui che vediamo il valore della candidatura di Schlein, non nella certezza di conquistare giovani e astenuti, certezza che nessuno può avere, ma nella possibilità di parlare a un pezzo di società che non entrerebbe mai in una sezione di partito, ma che può mobilitarsi sui diritti, sul lavoro, sulla libertà, sull’ambiente, sulla Costituzione. Non dobbiamo convincere quei giovani a diventare militanti del Pd, dobbiamo dare loro una ragione per tornare a votare.
Per questo trovo poco convincente anche la ricerca del cosiddetto candidato di compromesso, perché sappiamo più o meno come nasce: non deve dispiacere al Pd, non deve irritare Conte, deve tranquillizzare i moderati, rassicurare Bruxelles, non spaventare i mercati e tenere buoni gli alleati, con il rischio di arrivare alla fine a una figura perfetta per gli equilibri interni e completamente irrilevante per il Paese.
La vera scelta non è semplicemente tra Conte e Schlein, è tra continuità e possibilità di cambiamento. Conte può rappresentare una buona alternativa di governo, Schlein può rappresentare invece il tentativo di costruire un’alternativa per il Paese, certamente più rischiosa, meno prevedibile, ma capace almeno di aprire uno spazio che oggi non esiste.
Forse non funzionerà, nessuno può saperlo, ma sappiamo abbastanza bene che cosa accade continuando a proporre le stesse formule, gli stessi equilibri e le stesse soluzioni degli ultimi trent’anni.
Ed è proprio da quella paura di cambiare che, questa volta, dovremmo liberarci.
Radici e Futuro, componente del Partito Democratico della provincia di Avellino