Il territorio tra memoria e contemporaneità : a teatro a Nusco con Fabrizio Gifuni

"I periodi di crisi sono fertili, costituiscono grandi opportunità". Fabrizio Gifuni ha concluso così il suo intervento a Nusco, ospite del ciclo “Incontri” all’interno del progetto “Irpinia: un sistema fra cultura e memoria” con la direzione artistica di Maria Savarese.
"Il territorio tra memoria e contemporaneità” era il titolo dell’incontro a due voci con il produttore teatrale Andres Neumann. Una conversazione caduta alla vigilia del 34esimo anniversario del terremoto del 1980 e di sicuro in tanti, nella sala convegni del Seminario Arcivescovile, saranno ritornati indietro con la memoria all'attimo successivo a quei novanta secondi che sconvolsero una normale domenica di novembre. Soprattutto quando Gifuni ha aggiunto: "Con le macerie di oggi è più difficile fare i conti, oggi non ci sono guerre che ci coinvolgono direttamente, ma il presente è più scivoloso. Però le crisi ci costringono a ragionare e ritrovare il senso ultimo dei rapporti umani". La "guerra" combattuta in prima linea dall'Irpinia, nell'ultimo trentennio, si chiama terremoto e ricostruzione. Un nemico strano, che mentre abbatteva costringeva a rialzarsi, costituendo appunto un'opportunità di rinascita. Probabilmente non colta del tutto, e perlomeno non ancora. 
Proprio la cultura, facendo leva sul valore della memoria, può essere un'occasione per la nostra terra di creare valore, ma bisogna credere nella possibilità della trasformazione che essa racchiude, bisogna avere il coraggio di pensare altre dieci, cento Matera. E la forza sorprendente del teatro di trasformare, ad esempio, una semplice chiacchierata in un'esperienza collettiva, l'ha resa evidente lo stesso Gifuni quando, spiazzando la sala rimasta in religioso silenzio per diversi minuti, ha declamato passaggi di scritti e interviste di Pasolini rendendo impercettibile il confine tra finzione e realtà, tra recita e pensiero personale.
"Le parole dei miei spettacoli spesso mi vengono in sonno e modificano quello che sono" - ha spiegato l'attore di Capitale Umano di Virzì, film in odore di candidatura alle nomination per gli Oscar - Non c'è teatro senza condivisione, è un rito, un luogo dove la comunità si ritrova per condividere. Noi italiani siamo seduti su una miniera d'oro, ma non riusciamo a metterla a frutto - ha continuato - C'è un problema di non facile soluzione: più o meno fino alla Rivoluzione Industriale tutta l'arte era inserita nei cicli della natura. Poi il tempo della nostra vita si è spaccato tra tempo delle cose serie, la produzione e il consumo, e tempo libero. I tagli ci sono perché la cultura è tempo libero e quindi automaticamente diventa l'ultima ruota del carro. Bisogna rompere il meccanismo. Bisogna invertire la tendenza per cui il nostro rapporto con il territorio e l'arte si risolve in solo momento di svago e rifiuto della riflessione e ci accorgiamo dello stato delle cose solo quando siamo all'ultimo stadio dello scempio, come in queste ultime settimane. Bisogna unificare le due cose nel tempo della nostra vita e basta". Come facciamo a vedere con occhi nuovi ciò che ci circonda?, è stata la domanda di Neumann.
"Gli italiani, lo diceva già Pasolini, sono affetti da una sfrenata passione per chi ha deliri di narcisistico protagonismo, per il buffone che incarna tutte le più inconfessabili pulsioni. Ciò che dobbiamo ai nostri figli è dare loro gli strumenti per vivere con pienezza la propria vita, per capire che non si dipende sempre dagli altri. C'è inoltre bisogno di molto ascolto e di non dimenticare il valore del gioco". 
(di Paola Liloia)